“Maschere e memorie – La Lachera di Rocca Grimalda”
Rocca Grimalda, febbraio 1963
A Rocca Grimalda si diceva che la Lachera non si guarda: si vive.
Arrivava ogni anno prima della Quaresima, come una tempesta di colori, campanelli e cori di vino. E ogni anno, anche chi diceva di non crederci più, finiva per uscire a guardare dal portone, con la sciarpa al collo e il bicchiere in mano.
La sera prima, i giovani si trovavano nella stalla di Pinin, dove si preparavano i costumi: carta crespa, passamaneria, nastri, e le maschere che profumavano ancora di legno e farina.
Il più ambito era il ruolo del Lachè, l’uomo con la giacca rossa e le piume: era lui a guidare la danza e aprire i cortili con la spada di legno.
Quell’anno, toccò a Teresio, che aveva diciott’anni e un tremito nelle mani che non era per il freddo.
«Mi scappa il cuore dal petto, Pinin,» disse, mentre si legava il cappello.
Pinin gli rispose:
«È la paura di fare una cosa vera. Allora vuol dire che sei pronto.»
Al mattino, la compagnia partì con i campanacci e le danze. Ogni casa apriva il portone: un bicchiere di vino, un pezzo di salame, una benedizione sotto forma di brindisi. Le vecchie si facevano il segno della croce, ma ridevano sotto i baffi.
Quando arrivarono al castello, la danza si fece più lenta.
Teresio alzò la spada di legno e gridò:
“Per la fine dell’inverno, e per l’inizio di tutto il resto!”
Tutti batterono le mani. Persino il sindaco, che di solito stava in giacca e cravatta, alzò il calice come uno dei Lachè.
Quella sera, Rocca Grimalda dormì un po’ più tardi. E si racconta che chi aveva qualcosa da dimenticare, o da sperare, sentì che la Lachera l’aveva capito.
Perché certe danze non si fanno solo con i piedi, ma con la memoria.
