A Trisobbio la nebbia non scendeva: arrivava. Saliva lenta dal fondovalle, si infilava tra i filari spogli e, come un animale paziente, circondava il castello fino a farlo sembrare sospeso. Quella sera d’autunno, Pietro chiuse la porta della cantina più tardi del solito. Il vino nuovo aveva fatto il suo primo sospiro, quel respiro freddo che le cantine antiche sanno trattenere come un segreto.
Pietro non era superstizioso, ma conosceva le storie. A Trisobbio le conoscevano tutti, anche quelli che dicevano di no.
Mentre risaliva la scalinata verso il paese, sentì le campane. Non l’ora giusta, non il ritmo consueto. Tre colpi lenti e uno veloce. Si fermò. “Sarà il vento”, si disse, ma il vento non suona le campane. Il paese era silenzioso, le finestre scure. La nebbia gli bagnava il cappotto.
Poi la sentì.
— Pietro.
Non una voce alta. Un sussurro, come quando qualcuno ti chiama senza voler disturbare. Si voltò di scatto. Nessuno. Il castello, sopra di lui, era una massa chiara, quasi luminosa.
Ricordò le parole di sua nonna: se nella nebbia senti il tuo nome, non rispondere. Pietro deglutì e abbassò lo sguardo. Fece per riprendere a camminare, quando una luce tremolò vicino alla torre. Una figura si staccò dal muro, lenta, come se stesse imparando di nuovo a muoversi.
Non provò paura. Provò un senso di attesa, come quando il proiettore del vecchio cinema parrocchiale faceva quel rumore prima che il film cominciasse.
La donna era vestita di chiaro. Non camminava: scivolava. Si fermò a pochi passi da lui. I suoi occhi non avevano colore, ma riflettevano la nebbia.
— Il vino è buono quest’anno — disse.
Pietro annuì, senza sapere perché. — Ha fatto il suo tempo.
— Lo fa sempre — rispose lei. — Basta ascoltare.
Dal sottosuolo arrivò un soffio, un alito profondo. Le cantine respiravano, una dopo l’altra, come se il paese fosse un corpo intero che dormiva.
— Perché mi hai chiamato? — chiese Pietro, sorprendendosi della propria voce ferma.
La donna sorrise. — Non ti ho chiamato. Sei tu che mi hai sentita.
Indicò il paese. — Qui la gente dimentica in fretta. Ma il vino ricorda. Le pietre ricordano.
Pietro pensò a suo padre, a suo nonno, alle mani che avevano scavato quella terra. Pensò alle castagne raccolte di nascosto da ragazzo, a una notte di risate e silenzi condivisi. Pensò al pane benedetto che sua madre teneva in un cassetto “per ogni evenienza”.
— Devono aver paura? — chiese.
— No — disse la donna. — Devono solo restare.
Le campane suonarono ancora, questa volta normali, come se qualcuno avesse rimesso le cose a posto. La nebbia cominciò a diradarsi. Quando Pietro alzò lo sguardo, la figura non c’era più. Solo il castello, fermo, antico, presente.
Il mattino dopo, Trisobbio si svegliò con il sole. In paese si diceva che l’aria fosse diversa. Il vino, nelle botti, aveva un profumo più netto. Nelle vigne, le viti sembravano più dritte.
Pietro non raccontò nulla. Scese in cantina, poggiò la mano su una botte e ascoltò. Il respiro era lento, regolare. Sorrise.
A Trisobbio, certe notti non chiedono di essere credute. Chiedono solo di essere ricordate.
