Carpeneto, estate 1954.
Il lavatoio era lì, in fondo alla salita, protetto da due tigli e un muro coperto di muschio. L’acqua scorreva gelida, anche d’estate, e le donne ci arrivavano all’alba, con le ceste piene di lenzuola, camicie, grembiuli da scuola e tovaglie della domenica.
Maria ‘d Luis, la più veloce a strofinare, dettava il ritmo delle chiacchiere:
«Hai sentito del figlio del Giacumìn? È andato a Torino! Per fare cosa, dice? L’elettricista! Con quei capelli?»
Risate. Poi silenzio. Poi lo splash splash splash ritmico dei panni sbattuti sul sasso.
C’era anche Agnese, la maestra in pensione, che veniva per “stare con le altre”, ma si capiva che lo faceva anche per sentire le voci, come se la lingua delle donne fosse un giornale parlato. Portava sapone fatto in casa, avvolto in carta di pane.
Ma il lavatoio non era solo parole.
Un giorno arrivò Rosina, con gli occhi lucidi e un grembiule stinto: il marito era partito per lavorare in Svizzera. Non parlò per tutto il tempo. Ma quando Clara, senza dire niente, le passò un pezzo di sapone profumato “che sa di violetta”, Rosina pianse in silenzio, e nessuna commentò. Solo Maria disse, a mezza voce:
“Meglio piangere al lavatoio, che in casa da sole.”
Il sabato, il lavatoio era quasi allegro: le ragazzine aiutavano le madri e si lavavano i piedi a turno, i bambini cacciavano le rane, e i panni stesi sui fili sembravano bandiere di un piccolo mondo ordinato.
Poi, con il tempo, arrivarono le lavatrici. Il lavatoio si svuotò, divenne muto. Ma c’è chi ancora oggi, passando di lì, rallenta il passo, come per sentire in lontananza il colpo secco di una camicia sbattuta sulla pietra, o una voce che dice:
“Stà bôn-a, ché qua si lava tutto, ma certe cose non vanno mai via.”
