Acqui Terme, primi anni ’80.
Ogni mattina, alle prime luci dell’alba, quando il vapore si alzava lento dal cuore di pietra della città, comparivano loro: gli anziani della Bollente.
Arrivavano a piccoli gruppi, uno alla volta o a coppie silenziose, con passo misurato e cappello calcato in testa. C’era chi scendeva da via Garibaldi con la giacca sulle spalle, chi arrivava in bicicletta da qualche frazione, chi con il bastone di legno levigato dal tempo. Tutti con una tazza di metallo o una bottiglia di vetro, pronte per accogliere l’acqua calda e sulfurea che sgorgava instancabile dalla fonte.
“La bevi per star bene, ma devi volerle bene anche tu”, diceva sempre Giacomo, novant’anni e occhi chiari come il cielo d’autunno. Da oltre sessant’anni passava ogni mattina davanti alla Bollente, beveva tre sorsi precisi – mai uno di più – e si sedeva sulla panchina di marmo a leggere il giornale. Era una liturgia.
L’acqua era calda, a volte quasi ustionante, ma nessuno si lamentava. Anzi, si diceva che solo i forestieri si scottassero. “Chi è di Acqui ha la lingua temprata,” ridevano. I benefici erano noti: stomaco, fegato, digestione. Ma per loro non era solo medicina. Era un incontro, un rito quotidiano, un modo per restare parte di qualcosa che scorreva lento ma sicuro, come la sorgente.
Attorno alla Bollente si intrecciavano storie e pettegolezzi, si ricordavano i tempi della guerra, delle vendemmie, delle prime terme, quando Acqui si riempiva di signore eleganti in cerca di salute e di balli. Ogni tanto si aggiungeva qualche giovane curioso, che veniva con la nonna o per sfida, e finiva per restare in silenzio ad ascoltare.
Con l’arrivo del giorno, la piazza si riempiva di turisti, e i beventi della Bollente si dileguavano senza clamore. Restava solo il vapore, che saliva in colonne leggere, come a custodire le parole non dette.
Oggi qualcuno di loro non c’è più, ma le loro sagome sembrano ancora passare, nelle mattine d’inverno, tra i portici e le pietre bagnate. E se ti avvicini alla Bollente in silenzio, all’alba, puoi quasi sentire il suono di una tazza di metallo che batte contro la pietra, e una voce ruvida che sussurra:
“Tre sorsi. Non uno di più.”
