“L’Arte del Naso – Il trifolao di Montaldo”

Montaldo Bormida, novembre 1958.

Il tartufo si cercava di notte o all’alba, quando il bosco tace e il profumo si fa sentire solo a chi lo sa ascoltare.
A Montaldo c’erano due fratelli, Giacomo e Dino, che andavano in cerca con un cane solo: Bianchina, mezza lagotta, mezza chissà cosa, bianca come la luna e più furba di un assessore in campagna elettorale.

Dicevano che Bianchina avesse “il naso d’oro”, e che sentisse i tartufi anche quando dormiva. Ma il segreto, si sussurrava in paese, era il fischio di Giacomo: un suono acuto, corto, che pareva niente, ma bastava a farla correre dritta sul punto giusto.

Una sera di novembre, Dino disse:
“Oggi lo troviamo grosso, me lo sento nelle ginocchia.”
A Montaldo era un modo come un altro per dire che cambiava il tempo.

Partirono all’imbrunire, col fiasco nello zaino e le tasche piene di pane e lardo. Salirono verso la collina della Brigna, dove c’erano tre querce vecchie “che parlano solo se le rispetti”, secondo la zia Mariuccia.

Dopo un’ora nel silenzio, Bianchina si fermò, scavò tre volte, poi si sedette, come per dire: “adesso tocca a voi.”
Dino si inginocchiò, Giacomo scavò con le dita.
Era lui. Grosso come una patata, scuro, profumato.
Un tartufo vero.

Tornarono in paese che era notte fonda. Ma non lo vendettero subito. Lo portarono all’osteria, lo fecero vedere a tutti come si fa con una medaglia. “Profuma d’autunno e di vino,” disse il Barillaro.
Poi ne tagliarono una fetta sola, da mettere sulla pasta della domenica, “giusto per dire che siamo ancora vivi”.

Bianchina, intanto, dormiva sotto al banco, con una zampa sull’altra, sognando forse boschi e tartufi nascosti sotto le radici dei sogni.